L’ultima sentenza

L’uomo entrò in un’aula di tribunale, attendendo il verdetto del Giudice. L’uomo si chiamava Mohamed ed era un extra-communitario marocchino. Ma non è quello il motivo per cui si trovava in Tribunale quel giorno. Mohamed quel giorno era l’Accusa: aveva portato il suo ex-datore di lavoro, un imprenditore tessile, in Tribunale, accusandolo di averlo fatto lavorare come uno schiavo per mesi in evidenti pessime condizioni igieniche e di sicurezza. Mohamed era abbastanza sicuro della sua vittoria. Eppure, c’era qualcosa che lo preoccupva. Forse avrebbe dovuto fidarsi dei famigliari quando gli avevano suggerito di cambiare tribunale o di lasciar perdere. Giusto l’anno prima proprio in quella città, Bergamo, si erano tenute le elezioni dei Giudici. Ognuno di loro aveva esposto e dichiarato la propria appartenenza politica, in modo che il “popolo” li potesse conoscere ed eleggere, ossia stabilire chi tra di loro avrebbe dovuto amministrare la Giustizia. Quella rivoluzione della Giustizia, voluta da Bossi, non aveva ancora convinto granchè il “popolo”; lo stesso Mohamed non l’aveva mai capita, nè tantomeno accettata. Non sapeva che di lì ad un’ora l’avrebbe definitivamente odiata.
La questione delle elezioni per i Giudici era cominciata qualche anno prima, promossa dalla Lega Nord. Umberto Bossi aveva proposto questa rivoluzione incostituzionale della Giustizia e il popolo italiano, ammaliato e incattivito dalle tv del Premier Berlusconi, insieme ad un Parlamento di inquisiti e condannati, fu entusiasticamente d’accordo. L’idea era quella di ricalcare il “modello americano”, modello che gli stessi americani smisero di usare per i perversi effetti che produceva. Il “nuovo corso” della Giustizia cominciò balbettante. All’inizio i nuovi “aspiranti” Giudici erano imbarazzati: non avevano mai fatto campagne elettorali e non avevano una minima idea di quali idee proporre per poter risultare i più simpatici. L’imbarazzo, tuttavia, fu solo iniziale. Le elezioni diventarono man mano sempre più agguerrite e aggressive. Gli aspiranti Giudici pur di veder realizzato il sogno della loro vita erano disposti a tutto, anche a promettere favori. In poco tempo era arrivato e si era diffuso il virus del clientelismo: non erano rari gli scandali in cui giudici, che venivano eletti con grandi quantità di voti, venivano scoperti a concedere favori al mafioso o imprenditore di turno.
Nel giro di pochi anni i Giudici capirono quello che i politici sapevano da molto tempo: il “popolo” non capisce di Legge. Non conosce la differenza tra prescritto ed innocente, i principi su cui si fonda la stessa Giustizia, men che meno la Costituzione. Inutile basare il discorso su temi troppo complicati o arzigogolati. Si resero coscienti, soprattutto, che una massiccia ed aggressiva campagna elettorale mediatica basata su qualche linciaggio di interesse pubblico era più che sufficiente per “indirizzare” il voto. La creazione di grandi ed organizzate campagne elettorali, tuttavia, comportava un grande esborso di denaro. Quantità che solo le grandi multinazionali o i centri di potere economico potevano permettersi. Le lobbies fiutarono ben presto l’affare e nel giro di poco tempo non vi era giudice che non fosse finanziato da una azienda (in cambio di un trattamento di favore in caso di processo) o da un imprenditore (che faceva sostanziosi regali in cambio della chiusura di un occhio su qualche appalto). Con il tempo, poi, le grandi lobbies o gli stessi partiti politici capirono che era molto più conveniente mettere lì un proprio uomo, piuttosto che finanziare un’altro. Il primo garantiva maggiore fedeltà. Si instaurò quindi il meccanismo perverso per cui ogni grande multinazionale, ogni partito politico ed in generale ogni “potere forte”, aveva il suo giudice o la sua schiera di giudici. Nel giro di pochi anni i partiti piazzarono propri uomini in ogni Tribunale, acquisendo di fatto il controllo del potere giudiziario. Certo, questo avrebbe fatto storcere il naso a tutti coloro che pensano che i principi su cui si basano la Democrazia e la Giustizia siano la separazione dei poteri e l’indipendenza della Magistratura. Tuttavia questi problemi vengono ritenuti di norma troppo noiosi per porsi il problema delle conseguenze, e nel frattempo entrare in Tribunale era diventato come giocare alla roulette russa.
Mohamed era turbato e la sua fiducia in contante calo. Continuava a pensare a tutti questi ultimi fatti ed al motivo che lo aveva spinto ad affrontare questa causa. Forse la sua eccessiva fede nella Giustizia eguale per tutti, forse il suo forte senso della Legge. Quando finalmente il Giudice entrò in aula la sua fiducia scomparve del tutto.
- Signor Mohamed.
- Buongiorno signor Giudice.
- Siamo dunque arrivati alla conclusione di questo lungo processo.
- Già. 3 lunghi anni. Ma penso che ne sia valsa la pena.
- Vede signor Mohamed, io faccio il Giudice in questa città ormai da dieci anni. E sa perchè continuo ad essere eletto?
- No signor Giudice.
- E’ semplice: perchè prometto sicurezza sociale e la lotta all’immigrazione. E le mantengo, sa?, le promesse. Le mantengo sempre.
- Non credo di capire cosa questo possa centrare con questo processo…
- Glielo spiego subito signor Mohamed. Vede, dalle prove che lei ha portato durante il dibattito è emerso sì una parziale colpevolezza della Difesa. Tuttavia lei dovrebbe sapere che i documenti portati in un Tribunale da una persona senza regolare permesso di soggiorno italiano non possono essere assunte come prove.
- Lei non mi starà quindi dicendo che…
- Sì invece. E’ proprio quello che le sto dicendo. Io sono stato eletto dalla popolazione di Bergamo per dei motivi precisi. Tra cui quello di combattere l’immigrazione clandestina.
- Ma le prove che ho portato sono schiaccianti.
- Mi dispiace figliolo, la Legge è la Legge.
Mohamed fu quindi espulso dall’Italia e tutte le accuse a carico dell’imprenditore caddero. Forse avrebbe dovuto seguire i consigli dei suoi famigliari, forse avrebbe dovuto fidarsi meno della Giustizia. O forse avrebbe dovuto sapere che il Giudice era stato eletto dal gruppo leghista con il forte appoggio della Associazione Imprenditori Riuniti.
P.S. Questa storia è palesemente frutto della fantasia malata dell’autore di questo blog. Tuttavia è necessario per ognuno di noi porsi la domanda: quando finisce la fantasia e comincia la realtà?
P.P.S. Il titolo di questo post è un omaggio ad un romanzo di John Grisham, intitolato appunto L’ultima sentenza, in cui il famoso scrittore parla proprio del “modello americano” e delle sue perverse conseguenze. La storia è centrata su due avvocati di provincia, marito e moglie, che puntano tutto il proprio futuro professionale su una class action contro un’industria chimica che ha avvelenato un intero paese. La causa sarà infine decisa da un magistrato anonimo e di modesta personalità, eletto giudice grazie ai finanziamenti e all’appoggio della stessa industria, che scampa così alla pena di un risarcimento miliardario.
Tags: , bossi, Democrazia?, Elezioni, giustizia, immigrati, john grisham


24 ottobre 2009
La realtà quotidiana comincia a superare la tua fervida fantasia, che forse è più realista di quanto si voglia.
Basta fare un giro di dieci minuti su internet per rendersene conto:
http://riciardengo.blogspot.com/2009/10/avvistato-pericolo-ad-ore-12-proprio.html
Siamo messi molto male…
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25 ottobre 2009
@ Riciard >>
Ho una fantasia che si prende troppa libertà…
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